Il mio lavoro nasce da un interesse costante per i luoghi, le culture e le narrazioni che si sviluppano ai margini del racconto dominante.
Negli anni ho costruito un percorso professionale che intreccia progettazione culturale, scrittura, giornalismo e competenze tecnico-scientifiche, con un’attenzione particolare ai contesti ad alta complessità simbolica e operativa dell’Europa orientale e post-sovietica.
Dopo una formazione umanistica, ho iniziato a lavorare su progetti culturali e narrativi che richiedevano tempo, presenza e responsabilità. Questo approccio mi ha portato a sviluppare una doppia traiettoria: da un lato la progettazione culturale e la diplomazia informale, dall’altro un progressivo approfondimento delle competenze tecniche necessarie per operare in contesti a rischio, dove la narrazione non può prescindere dalla sicurezza, dalla preparazione e dalla conoscenza scientifica.
Nel tempo, la dimensione internazionale è diventata centrale. Ho costruito relazioni professionali con interlocutori in diversi Paesi dell’Europa orientale, lavorando su progetti che utilizzano la cultura come strumento di dialogo e comprensione, ma anche come strumento operativo. In questi contesti il mio ruolo è stato spesso quello di mediatore e progettista: tradurre linguaggi artistici, esigenze scientifiche e vincoli di sicurezza in percorsi coerenti e realizzabili.
Parallelamente, ho sviluppato un’attività continuativa come giornalista e autore di reportage, con un approccio basato sull’esperienza diretta dei luoghi e sull’osservazione sul campo. Il giornalismo, per me, non è mai stato separato dalla preparazione: raccontare territori ad alta complessità richiede studio, pianificazione e una comprensione reale dei rischi, non solo sensibilità narrativa.
Questo percorso mi ha portato a specializzarmi progressivamente in radioprotezione e gestione del rischio in ambienti contaminati o ad alta esposizione, ambiti indispensabili per pianificare e condurre spedizioni di ricerca e reportage in sicurezza. La formazione tecnica in questo campo non è stata fine a se stessa, ma funzionale alla costruzione di progetti responsabili, dove ogni scelta operativa — dai tempi di permanenza alle rotte, dalle attrezzature ai protocolli — viene valutata con rigore.
All’interno di questo quadro si inseriscono i progetti di alta formazione tecnica e preparazione operativa che curo per spedizioni di ricerca, documentazione e reportage in luoghi ad alto rischio, come l’area di Chernobyl e altri contesti analoghi. Questi progetti nascono dall’esigenza di superare l’approccio improvvisato o spettacolare, sostituendolo con una metodologia che integri:
- competenze scientifiche di base;
- principi di radioprotezione e sicurezza ambientale;
- pianificazione tattica e logistica;
- preparazione narrativa e giornalistica.
Il mio lavoro, in questi casi, non è quello dell’esploratore, ma del progettista di contesto: costruire le condizioni affinché la ricerca e il racconto possano avvenire in modo consapevole, sostenibile e rispettoso dei luoghi e delle persone coinvolte.
Negli ultimi anni ho concentrato parte significativa della mia attività sulla progettazione narrativa applicata a temi sociali e ambientali sensibili, dove la superficialità o la spettacolarizzazione producono più danni che consapevolezza. In questo ambito lavoro sull’integrazione tra competenze culturali e scientifiche, utilizzando l’arte, il simbolo e il dato come elementi di un’unica architettura narrativa.
Oggi il mio lavoro si colloca all’intersezione tra:
- progettazione culturale e narrativa;
- giornalismo e documentazione sul campo in teatri operativi complessi;
- competenze tecnico-scientifiche applicate alla sicurezza e formazione;
- diplomazia culturale informale e relazioni internazionali.
Collaboro con artisti, professionisti e realtà culturali che condividono l’idea che la cultura non possa prescindere dalla responsabilità tecnica, e che il racconto dei luoghi complessi debba nascere da preparazione, studio e rispetto.